NEL SILENZIO DELL'AQUILA

NEL SILENZIO DELL'AQUILA
Cosa deve essere camminare in completa solitudine per tanti giorni? Cosa deve essere farlo lassù, nel Grande Nord, dove tutto è immutato dalla notte dei tempi, dove non esistono strade, alberghi, elettricità, funivie; dove le poche persone che incontri percorrono la terra con grande rispetto, e i loro occhi raccontano le stesse cose che raccontano i tuoi. È per trovare una risposta a questi interrogativi che a fine giugno del 2008 Mirna Fornasier, bellunese, appassionata di trekking e montagna, frequentatrice dei percorsi della Scandinavia, parte zaino in spalla alla volta dell’ultima grande area wilderness d’Europa, il Padjelanta National Park, nella Lapponia svedese. In completa solitudine, attraverso i paesaggi mozzafiato e la natura estrema della terra dei Sami, la sua marcia avventurosa per 150 chilometri è raccontata in questo libro appassionato, corredato da numerose foto del viaggio, per voce di Miki, l’alter ego dell’autrice, una madre quarantenne alla ricerca della salvezza per suo figlio adolescente, scampato per miracolo ad un incidente d’auto all’uscita di una discoteca. La lezione che Miki trarrà dalla sua esperienza sarà di una potenza inaudita. Con la forza devastante di un ciclone infrangerà in un sol colpo le sue barriere mentali e fisiche costruite nel corso della sua esistenza. Il rispetto e l’ammirazione per la natura non addomesticata, il silenzio della solitudine, l’ascolto del palpito antico della grande Madre Terra, il mettersi alla prova sfidando se stessi, l’abbandonarsi alle sole proprie energie, trasformeranno la marcia di Miki in un cammino dentro la sua anima, nella riscoperta delle primordiali e selvagge origini della vita.

02 mar 2017

24 ago 2016

Blogger Contest 2016 - Il peso della libertà

Questa microstoria partecipa al concorso Blogger Contest 2016 "Vagabondi delle montagne - 5^ ed." di Altitudini.it. Potete leggerla e commentarla anche a questo link

Il peso della libertà

“D'altronde ci da la possibilità di scegliere il luogo dove passare la notte, possiamo goderci la natura senza nessuno attorno, è un privilegio, questo....” continuo a ripetermi questa frase come un mantra, mentre arranco a fatica su per l'ennesima salita di questa serie interminabile di saliscendi.
Non so se mi pesa di più questo zaino improbabile che, assieme a quello di Max contiene tutto il necessario per sette giorni in quota in completa autonomia, o lo sguardo di compatimento dei gitanti che ci sorpassano, camminando leggeri. Immagino i commenti, pur se velati “eh, ma non si potrebbe andare in tenda; eh, ma in montagna si dorme in rifugio; però il sentiero passa di là; eh, ma perché fare tutta questa fatica, e poi in rifugio si mangia bene”, sintomo di quel pensiero unico atto ad impedirci di pensare con la nostra testa, a impedirci di essere liberi. Quant'è la dose di wild necessaria per zittire quel collegio giudicante che diventa così potente più ci si inoltra sulle vie battute, così potente da insinuarsi così subdolamente dentro di me, rendendolo pressoché invincibile?
Solo una guida, un giovane tedesco che accompagna un gruppo di escursionisti che percorrono l'alta via, mi rivolge un sorriso che sa di solidarietà e nei suoi occhi mi par di leggere anche un po' di invidia.
Comunque vado avanti, Max mi distanzia sempre più e c'è ancora questa salita ripida e poi dovremmo essere in forcella e da lì si vedrà il rifugio, la prima meta di questa giornata.
E quasi piango, una volta in forcella, perché sì, il rifugio si vede, ma è là via in fondo, e c'è ancora da scendere e poi quella salita immensa. E quasi piango: non lo faccio perché so che spezzerei quel delicato equilibrio che permette alla volontà di avere la meglio sulla stanchezza, sulla paura, sulla voglia di arrendersi. Inarco la schiena e vado.
E ora siamo qui seduti, sul far della sera, davanti al laghetto alpino nascosto in una conca in questa valle incantata che ci siamo scelti per passare la notte, la nostra tendina piantata di fianco ad una cascata che mai avremmo visto se avessimo seguito il sentiero. “Se fossimo andati per rifugi, con zaino leggero, non avremmo potuto vivere questa meraviglia” - dico a Max, questa volta a voce alta.
Una brezza leggera increspa le acque trasparenti, nessun suono oltre a qualche scampanellio lontano delle mucche al pascolo e a qualche belato di pecora: se solo conoscessi le parole per descrivere quello che vedo e, soprattutto, quello che sento.
E quasi piango.




20 ago 2016

Un bell'articolo di Valentina Pigmei su Internazionale.it "Guida pratica per viaggiatrici solitarie" dove si parla anche di "Nel silenzio dell'Aquila"



13 gen 2015

le immagini della serata a Pianezze (VI) per la rassegna "Senza Orario Senza Bandiera" del 09.01.2015

E’ bene saperlo: ogni qualvolta sono coinvolta in una serata mi viene un’angoscia, uno stress che da due settimane prima lo stomaco mi si contorce al pensiero di ogni genere di problema potrò incontrare: dal dimenticarmi le cose da dire, dalla lingua che si inciampa, a tutti i problemi tecnologici possibili e immaginabili – i quali, sappiatelo, sono ogni volta diversi...

Ed ogni volta mi ritrovo a chiedermi “chi me lo fa fare di impormi questa sofferenza, a che pro?”
Poi si va, si cercano di risolvere i problemi tecnologici man mano che si 
presentano e si comincia a raccontare e come per magia la lingua non si inciampa, le cose da dire non sono dimenticate, perché escono da dentro e tu lo sai.
E poi c’è quella luce negli occhi di chi ti viene a salutare, a darti la mano. Di quella luce mi nutro, quella luce che mi aiuta a rinnovare la mia. 
Allora so di non essere inutile e so che la prossima volta che mi chiederanno
“verresti a raccontare la tua storia?” non potrò far altro che rispondere di 
sì... 

C'è da dire che la mia Aquila la sapeva lunga, lei....



Il Presidente del Gruppo Escursionistico Bedon - Luciano Chemello











 L'organizzatore della rassegna Nerio Brian



01 gen 2015